Mascherine cinesi Ffp2 e Ffp3, una su due non protegge. La procura di Gorizia: “Ritiratele”

Ffp2 e Ffp3 nel mirino: “Capacità filtrante di Ffp2 e Ffp3 fino a dieci volte inferiore allo standard”. La struttura di Arcuri ne aveva importate 250 milioni. Ce ne sono ancora nelle Asl e negli ospedali, ma tante sono state usate da medici e infermieri in prima linea

Secondo La Reppublica di oggi, la storia delle mascherine cinesi che non proteggono, sarebbe ancora peggio di quanto si potesse immaginare. E a pagare le spese sono medici e infermieri che queste mascherine indossano oppure hanno indossato negli ospedali e i reparti Covid, nella convinzione di essere protetti. E che, al Covid, hanno pagato un tributo drammatico: 352 medici e 81 infermieri sono morti. Contagiati in servizio.

Per la procura di Gorizia, la metà dei Dispositivi di protezione individuale (Dpi) che la Struttura commissariale dell’allora commissario Arcuri ha importato dalla Cina non è buona. Un dispositivo su due non filtra a sufficienza. La documentazione turca che ne attesta la conformità alle direttive Ue appare contraffatta.

Dodici interi lotti di mascherine Ffp2 e Ffp3, quelle usate da chi lavora in corsia, negli ambulatori o nelle Residenze per anziani – sono sotto inchiesta. Esaminati da due laboratori italiani, a Torino e a Milano, diversi campioni di quei lotti sono risultati avere capacità filtranti “anche dieci volte inferiori” agli standard. Si tratta di 250 milioni di mascherine, acquistate nei primi sette mesi dello scorso anno dal Commissario Domenico Arcuri, validate dal Comitato tecnico scientifico, distribuite nelle Asl di tutta Italia. Dettaglio, quest’ultimo, che ha fatto scattare l’allerta nazionale e la corsa al ritiro a scopo precauzionale. Le direzioni generali regionali stanno inviando circolari urgenti a enti pubblici e privati del Sistema sanitario, ai governatori, agli assessori. “A seguito di comunicazione pervenuta dalla Guardia di Finanza di Gorizia relativa al sequestro di Dpi risultati non conformi alle normative – si legge – si dispone il blocco immediato dell’utilizzo e il richiamo delle mascherine indicate”.

I dodici lotti sotto inchiesta, secondo il decreto di sequestro dei pm di Gorizia sono: facciale Scyfkz N95, facciale Unech KN95, facciale Anhui Zhongnan, facciale Jy-Junyue, facciale Wenzhou Xilian, facciale Zhongkang, facciale Wenzhou Husai, mascherine filtranti Wenzin della Tongcheng Wenzin, mascherine Bi Wei Kang della Yiwu Biweikang, facciale Simfo KN95-Zhyi-Surgika (quest’ultima con sede nell’Aretino), facciale Wenzhou Leikang, facciale Xinnouzi della Haining Nuozi Medical Equipement. Il 31 marzo i finanzieri rintracciano e bloccano 60 milioni di pezzi in giacenza nei depositi della Struttura commissariale sparsi sul territorio nazionale. Il problema, però, sono le mascherine già distribuite e tuttora in circolazione. Centonovanta milioni di pezzi. Impossibile stabilire quante siano già state utilizzate. In tutto, comprese quelle sequestrate, sono 250 milioni. Una cifra spaventosa, perché corrisponde alla metà degli acquisti conclusi da Arcuri sul mercato estero: abbiamo importato 300 milioni di Ffp2 e 231 milioni di FFp3, quasi tutte dalla Cina. Poi, dal luglio 2020, gli acquisti esteri sono stati azzerati.

Il pm titolare dell’indagine, all’inizio ha ipotizzato il reato di frode in commercio, poi frode in pubbliche forniture. In questo caso, la Struttura commissariale di Arcuri figurerà come parte lesa. I lotti in oggetto, del resto, sono stati validati dal Cts, chiamato, col supporto dell’Inail, a verificare la certificazione presentata da produttori cinesi e importatori.

Ora qualcosa sembra sia cambiata. L’inchiesta romana sulla maxi fornitura da 1,25 miliardi di euro di mascherine è approdata anche a San Marino. I magistrati di piazzale Clodio hanno infatti chiesto e ottenuto che i colleghi sammarinesi collaborino alla ricerca del bottino nascosto da uno degli indagati. Si tratta di Daniele Guidi, imprenditore classe 1966 accusato di traffico di influenze e peculato. I fari degli inquirenti si concentrano soprattutto su due conti correnti sfuggiti ai precedenti sequestri: il primo è collegato alla Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino. Il secondo alla Banca Agricola Commerciale di San Marino.

La circostanza è rilevante. Perché – sempre secondo La Repubblica – tra i nomi iscritti sul registro degli indagati, oltre a quello di Guidi, del giornalista Mario Benotti, dell’ingegnere milanese Andrea Tommasi e del trader dell’Ecuador Jeorge Solis, ci sono anche quelli dell’ex commissario all’emergenza Domenico Arcuri e del suo collaboratore Antonio Fabbrocini.

Entrambi erano già stati indagati, ma a differenza degli altri protagonisti della vicenda, ovvero dei mediatori che avrebbero intascato cifre a sei zeri, la stessa procura di Roma aveva chiesto al gip di archiviare l’accusa di corruzione inizialmente contestata ai due pubblici ufficiali.

Adesso però c’è un nuovo reato ipotizzato: il peculato. Occorre dunque verificare anche se Arcuri e Fabbroncini possano aver favorito gli intermediari. Quindi bisogna capire se i due fossero a conoscenza delle provvigioni. Inizialmente la finanza sospettava che Arcuri sapesse del guadagno illecito dei mediatori. Ma lo stesso Benotti, interrogato a Roma, ha spiegato che l’ex commissario era all’oscuro della faccenda.

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